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Senza i fatti le scuse della Carfagna non bastano

 

“Consentitemi un pensiero particolare all’onorevole Anna Paola Concia alla quale sono grata per l’impegno e la delicatezza che ha speso per farmi conoscere la ricchezza del mondo associativo qui presente, con tutte le sue sfumature (…) per avermi aiutata a sfondare il muro della diffidenza della quale penso di essere stata allo stesso tempo vittima e inconsapevole responsabile, in un passato remoto, ormai ampiamente superato”. Con queste parole, Mara Carfagna, nel corso della cerimonia al Quirinale, nella Giornata contro l’omofobia, faceva retromarcia rispetto ad alcune sue posizioni assunte nemmeno troppo tempo fa.

“Il patrocinio al Gay Pride? Non sono orientata a darlo. Non servono i Gay Pride.L’unico obiettivo dei Gay Pride è quello “di arrivare al riconoscimento ufficiale delle coppie omosessuali, magari equiparate ai matrimoni. E su questo non posso certo essere d’accordo”. Appena insediata al Ministero per le Pari Opportunità, la Carfagna dichiarava: “L’omosessualità non è più un problema, perlomeno così come ce lo vorrebbero far credere gli organizzatori di queste manifestazioni.“Sono sepolti – concludeva il ministro – i tempi in cui gli omosessuali venivano dichiarati malati di mente. Oggi l’integrazione nella società esiste. Sono pronta a ricredermi. Ma qualcuno me lo deve dimostrare”.

Glielo hanno dimostrato con i fatti, con le aggressioni omofobe a Firenze, a Napoli, a Milano, a Roma. Due anni di un fenomeno dilagante di intimidazioni e violenze senza che fosse concertato fra le Istituzioni nessun intervento per la promozione del rispetto delle diversità, di pari diritti e pari opportunità per tutti a prescindere dagli orientamenti sessuali. A parte uno spot. Un messaggio per la verità abbastanza controverso e che rimandava al solito “don’t ask, don’t tell”, che non aiuta certo a conoscere e quindi ad accettare l’inclinazione sessuale, ma piuttosto ci invita ad occuparci delle nostre faccende e non di quelle degli altri.

E’ vero che da un Governo a conduzione destro-leghista di più non si poteva immaginare di ottenere, ma è altrettanto vero, che se si voleva mandare un messaggio chiaro si sarebbe potuta approvare quella “legge Concia” affossata sei mesi fa alla Camera e proprio per quella modifica dell’articolo 61 del codice penale che prevedeva un’aggravante per i reati commessi “per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato”.

Ecco, noi siamo disposti anche ad applaudire il Ministro, per questa sua svolta sui temi sensibili dei diritti delle persone omosessuali, però pretendiamo fatti concreti. Le campagne mediatiche vanno bene fino ad un certo punto, poi servono leggi serie. Solo in questo modo le parole e i discorsi non rimarranno prive di significato. Come un tailleur indossato per far bella mostra al Quirinale.

Pubblicato su Giornalettismo

Pubblicato il 19/5/2010 alle 10.20 nella rubrica I Giornaletti.

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